2011 – Prof. Stefano Mangione

L’amore tra èros e thànatòs. La fede, la vita, la bellezza.

“ L’amore tra èros e thànatòs. La fede, la vita, la bellezza”, è il titolo che abbiamo attribuito alla presente conversazione sull’opera del pittore Rosario Tortorella, consapevoli di quanto sia arbitrario e, talvolta, ingiutificata una analisi che comporti una divisione per temi, tòpoi della particolare poetica dell’opera artistica, pittorica nel caso specifico.

Ove l’excursus non risultasse equilibrato e il “critico“ si lasciasse travolgere dall’impulso, forse perché sarebbe comodo, di trattare separatamente ciascuna singola opera, correrebbe il rischio di rendere frammentario ciò che è invece unitario. E se, al contrario, considerasse la stessa opera nel complesso, correrebbe il rischio di omologare una singola isola all’arcipelago al quale appartiene.

L’individuazione di una o di più poetiche all’interno dell’opera, appare, quindi, necessaria per eludere il rischio della già citata frammentazione e di una ingiustificata omologazione.

Alla particolare attenzione sulle poetiche, appare opportuno accostare la dislocazione dell’opera lungo vari archi temporali, dai quali si evincano i motivi ispiratori in relazione alla crescita non solo artistica dell’autore, ma anche sul piano intellettuale, le diverse osservazioni e rappresentazioni del mondo, in generale, e dell’umanità, in particolare.

Occorre, inoltre, specificare che i temi trattati e riferiti a distinte parti dell’opera, sono in questa parte della relazione riscontrabili in maniera più densa e ricorrente, ma possono essere presenti, sia pure in maniera meno evidente, quasi ellittica, in altre opere e in diversi periodi.

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Éros e thànatòs, l’impulso di vita e di morte, presenti nella tradizione classica, fin dalle origini, sia nell’arte figurativa, sia nella scultura, sia nel teatro, nella tragedia greca, cui tanto devono le moderne teorie psicanalitiche, la riflessione freudiana, in particolare, topoi riemersi nell’arte rinascimentale, dopo il lungo e bigotto periodo medioevale, ma qualificanti nell’arte gotica e, nell’alveo del recupero della concezione classica dell’arte e dei miti, della pittura in particolare; presenti in pittori eccelsi quali Michelangiolo Merisi, detto Caravaggio e nei pittori fiamminghi, da Rembrandt a Rubens a Vermeer; ritornati con forti carature religiose, in una sorta rapporto anagogico e teleologico, nell’arte barocca; emersi ancora nel periodo neoclassico, nel Canova, in particolare e anche in letteratura ( si ricordino le “Grazie” del Foscolo ) e che, poi, tra classicismo e Romanticismo, caratterizzarono, in una sorta di denuncia del male e quale esposizione della tragedia dell’uomo che cerca, disperatamente una presenza divina, una parte non insignificante dell’opera di Francisco Goya. Ma anche nell’arte contemporanea, tra Schiele e Picasso, tra De Chirico e Savinio, passando per Apollinaire, i miti di Eros e Thanatos, sono carature significative: si pensi a “ Guernica “, la città martire distrutta dalla furia nazista nella guerra civile spagnola, in un’opera che condensa il male in tutte le sue sfaccettature, tra la barbarie umana e l’indifferenza divina.

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Il lungo ma, forse, insufficiente preambolo, ci consente da un lato di rintracciare precedenti “ filosofici “ e tematici nell’opera di Rosario Tortorella, ma anche di confermare l’ineludibile legame con la tradizione, che non deve significare omologazione o addirittura imitazione, ma necessario, dal momento che non esiste o uomo, nella sua struttura e nelle carature peculiari o, a maggior ragione, artista senza radici, di ordine sentimentale, psichico e culturale; ciò che osserviamo anche negli artisti che hanno “rotto” con la tradizione, dal cubismo all’arte contemporanea ma che sono transitati nel “ tradizionale, almeno nel loro periodo di formazione.

Riguardo ai topoi di Eros e Thanatos, noi, probabilmente con decisione arbitraria, abbiamo preso in esame 8 dipinti di Rosario Tortorella:

L’Addio 1985 – Acquerello su cartoncino (33×48);

La supplice 2001 – Tempera su cartoncino ( 50×70 );

Possessione 2001- Tempera su cartoncino ( 50×70 );

Il Pescespada 2002 – Olio su tavola ( 32,5×46,5);

Insieme 2003 – Olio su tela ( 30×40);

Leda e il Cigno 2004 – Olio su tela 70×50;

Innocenza rubata 2006 – Olio su tela ( 30×40);

La morte del cigno 2010 – Olio su tela 40×80.

Nell’opera di Rosario Tortorella il concetto di thànatòs, dal senso proprio assume sovente un significato metaforico, talvolta di insidia latente, di senso oscuro e minaccioso, di emersione di istinti distruttivi, di violenza fisica o morale, di aggressione e possesso carnale violento, ma anche di indifferenza, di cinismo, ai quali si contrappongono la supplica, la preghiera, lo scongiuro; l’addio definitivo, con la relativa cessazione, che è morte, dell’amore. Altre volte si esplicita in una sorta di lotta, nella quale la violenza è perpetrata, dall’uomo sub specie animale, come in “ Il pesce spada “, o lo stesso possesso non è che l’amplesso, consenziente, tra l’animale e la donna, come nel mito di Leda e il Cigno, ove Èros ha il timbro della dolcezza, del fascino, ed è come atteso e giunto, finalmente, e thànatòs ha una proiezione nel futuro, vedi la “ Morte del cigno”, che muore forse perché ha troppo osato, e viene punito dagli dei, ma forse perché raggiunto l’acme della felicità e della propria realizzazione, nulla ha più da chiedere alla vita. D’altronde il cigno muore, ma trascina con sé Leda le cui forme si fondono con le sue e la rende eterna in una sfera superiore, dove lo stesso amore ha il crisma dell’immortalità. Destino più felice dell’altro sé, uomo, che rimane da osservatore immobile.

Il riporto figurativo è quanto mai appropriato: non soltanto le figure umane, assumono dinamismo, talvolta, apparente stasi, tal altra, ma poi lo sfondo, l’ambiente, l’atteggiamento, le variazioni cromatiche, non sono altro che irradiazioni del sentimento e del pensiero dei protagonisti, con proiezioni cosmiche e la stessa natura appare viva e palpitante, felice o sofferente, in una sorta di condivisione con le sue creature. Il ciclo biologico è esemplato in

“Insieme “, nel quale l’uomo e la donna reggono sul palmo della mano destra una sorta di grossa perla ( potrebbero essere macro ovuli), a dare significato alla congiunzione e al concepimento che emerge in negativo. In quest’ olio su tela, ove le figure umane e il volatile emergono per contrasto tra il bianco, il giallo e il grigio tenue e i colori forti marrone e nero della natura arida che li circonda, il bianco, il cilestrino il verde dei flutti e il marrone delle creste del mostro marino, l’amore è insidiato da thànatòs, ma la stessa natura vi si oppone: l’uccello bianco e il cielo come sfondo, pur nella sua sfumatura sanguigna, appaiono come elementi rassicuranti.

In “Possessione”, tempera su cartoncino del 2001, una fanciulla è ghermita e sta per essere “presa” da una sorta di pauroso e gigantesco fauno, Pan, che la sorregge, ormai in abbandono totale, con il capo riverso la chioma pendente e la bocca socchiusa, il braccio e la mano la sorreggono per le spalle, rosee come il busto e il seno. Il braccio sinistro e la mano che s’insinua fra le gambe e il pube della fanciulla, pongono in risalto la perversione e la violenza, il trionfo della bestialità, in un innaturale connubio, esaltati da cromatismi più scuri, marrone e nero, come il capo, sulla cui cervice svettano bronzee corna. Dall’alto la zona pre-pubica della fanciulla e gli arti inferiori, nonché il braccio sinistro e la mano, assumono un cromatismo fra cilestrino blu tenue e trasparenze rosee, mentre la parte inferiore del corpo del satiro, ha colorazione scura con riflessi bronzei, a indicare, nella donna l’imminente penetrazione e la contaminazione e nel “ capro” l’eros incontrollato e feroce, lo scatenamento degli istinti che cancellano la ragione ed escludono ogni senso di umanità. Altre considerazioni si potrebbero fare in chiave psicoanalitica, ma a noi non spetta tale compito, che è proprio degli studiosi del campo specisico.

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Sebbene siano evidenti l’evoluzione sul piano stilistico, varia e differenziata l’attenzione sui soggetti, la predominanza di taluni colori rispetto ad altri, nel decorso temporale dell’attività artistica, in sintonia con la maturità dell’uomo, l’arricchimento culturale e l’acquisizione di una sensibilità sul piano artistico ed umano sempre più accentuata, rileviamo una costante in Tortorella: il valore fondamentale dell’uso dei colori in relazione, non alle forme rappresentate ma ai significati di ordini estetico, etico-morali, religiosi, sociali, che spesso però non possono essere omologabili ecc.ecc.

Ciò si può evincere da dipinti lontani nel tempo e con differenze stilistiche anche notevoli come, per esempio, confrontando da questo punto di vista “ L’addio “ che è del 1985 e “ Innocenza rubata”, che è del 2006, differenze stilistiche, come si è detto notevoli e differenze ambientali. Nel primo le immagini, la donna al centro del dipinto e in primo piano e l’uomo rannicchiato nell’angolo a sinistra del dipinto, appaiono vaghe e sfumate, una vaghezza che è accentuata in parte del corpo della donna e dell’uomo, che la luce del lume pone in rilievo, ma senza marcare i contorni. In una luce più vivida sono il volto, il seno, il braccio proteso, la mano colta nell’atto di annunciare la separazione, a indicare chi è il protagonista attivo del dramma e chi, invece relegato quasi in penombra, è l’interprete passivo. La figura della donna appare mobile, in una forma moderatamente dinamica, che tradisce al di là di ciò che decide, una sorta di appenata emozione, il tutto accentuato dall’immobilità dell’uomo, tutto chiuso in se stesso, ma del quale si può indovinare lo stato d’animo.

Le figure appaiono nude perché nulla dev’essere celato della loro condizione,: la nudità è specchio e metafora della loro interiorità.

A questo proposito, poichè molti soggetti dell’opera di Tortorella sono costituiti da nudi, femminili soprattutto, ma anche maschili, che farebbero pensare a una sorta di ossessione erotica nell’autore ( come accade nell’opera di Egon Schiele, cui si ascrive un indifferenziato interesse tra il nudo maschile e quello femminile. Ovviamente parliamo di artisti diversissimi sul piano stilistico e delle motivazioni: più tradizionale Tortorella, lontano dalla tradizione e più vicino al cubismo e alle avanguardie del primo Novecento, il secondo ), noi tenteremo di sgombrare il campo da qualsiasi equivoco. Fermo restando che il nudo femminile, quando ovviamente è sinonimo di bellezza e di esaltazione armoniosa delle forme, accende il desiderio ( come d’altra parte, il nudo maschile, considerato in quest’ottica accende, il desiderio femminile ) non soltanto nell’artista, ma anche nell’uomo comune, che ne vengono naturalmente attratti, ribadiamo che in Tortorella il nudo è quasi sempre il risvolto della nudità interiore e, inoltre, rappresenta in molteplici modi l’uomo in rapporto all’ambiente, alla natura, alla quotidianità, nei rapporti sociali e affettivi e con se stesso. Ritornando alla disamina del dipinto, osserviamo che Bianco, bianco avorio, rosa, giallo, blu, grigio-verde, marrone colmano la scena, così come la coprono parzialmente, in “ Innocenza rubata “, nella fanciulla in primo piano e al centro del dipinto e quasi interamente nello sfondo.

La fanciulla appare seduta su un basamento roccioso grigio-nero: ha capelli biondo ramati, arricciati, fluenti, non scarmigliati, ha un seno scoperto e stringe con la mano destra una sorta di cuore, forse un lecca lecca, a indicarne la condizione di adolescente, di bimba quasi, ignara delle insidie e della cattiveria del mondo. Una camicetta bianco cilestrina ha ancora i lembi all’interno della gonna blu chiaro che le scopre l’intera gamba destra, nuda fino al piede e ricopre la sinistra, il cui piede è coperto da un calzino grigio chiaro, quasi calato sulla caviglia. Il volto appare più maturo dell’età della fanciulla, un velo di mestizia e di quasi inespresso stupore, come se l’innocenza rubata le abbia sottratto ogni emozione. Il contorno è arido, di un marrone quasi spento. Poco distante, di spalle, si staglia la figura del corruttore, intento a ricomporsi, che è assimilato allo squallore del suolo. Sullo sfondo, un cielo grigio azzurro, metafora della fanciulla, forse inconsapevole, è attraversato da uno strato più denso viola rossastro e nero azzurrato, a indicare la violenza e la violazione e la tragedia che si è appena conclusa.

Possiamo affermare tranquillamente che Rosario, Tortorella ha capacità di analisi introspettiva, intuizione psicologica, che mette al servizio della sua arte con equilibrio ed intelligenza e che il suo atteggiamento, al di là di ciò che è istintivo, ha una sua caratura di condivisione, di amore verso le creature perdenti e vittime, di gratificazione; di accoglimento rispetto a tutto ciò che è bello ed etico, senza però assumere atteggiamenti di ordine moralistico; di indignazione e di rifiuto verso tutto ciò che può essere ascritto alla categoria del male, in generale, che corrompe e corrode la struttura dello stesso uomo. Ma se egli non fosse un vero artista, le ultime considerazioni non avrebbero senso: lo hanno perché corroborano l’opinione sulla sua dimensione artistica, che pur passando attraverso i maggiori movimenti pittorici del Novecento, e le opere dei maggiori – potremmo citare Guttuso; si è detto di Schiele – attraverso la precedente lezione degli impressionisti e di un certo espressionismo, è riuscito a mantenere una forte caratura personale, riuscendo, nel contempo, a rappresentare il mondo con l’occhio, la mente e il cuore, la coscienza di chi è inserito saldamente nella contemporaneità.

Stefano Mangione

(Critico d’Arte, poeta e saggista)

18 maggio 2011